Marocco – Due passi nel deserto

Un viaggio in Marocco. L’idea era semplice. Ricominciare da dove avevo lasciato trent’anni prima. Trent’anni durante i quali ci avevo pensato molte volte, senza però mai riuscire a dare vita al sogno, per i soliti motivi che accompagnano la nostra vita, uno su tutti la mancanza di tempo. Quel tempo che, pur illusorio visto nel quadro d’insieme dell’esistenza, rappresenta, scorrendo senza sosta, l’unica cosa certa della vita. Quel tempo che, pur così importante, non è mai sufficiente a fare quello che realmente vorremmo, presi come siamo nel vortice di mille cose “normali” da fare, senza riuscire a dare una risposta al “perché” le dobbiamo fare.

Era l’estate del 1986 quando riuscii a trascinare I in uno dei viaggi più emozionanti della nostra vita. Uno di quelli destinati a lasciare il segno. C’era tutto in quel nostro desiderio di mettere la tenda nella vecchia R5 e volgere la prua a sud: l’incoscienza giovanile, il desiderio d’avventura, la curiosità, un pizzico di “voglia” d’Africa e, naturalmente, l’amore. L’idea era quella di arrivare al deserto ma la buona e, insisto, vecchia Renault 5 ci abbandonò sul più bello a sud di Marrakech, proprio quando s’incominciavano a vedere i primi segni del “nulla”. Il vaso del raffreddamento, che era di vetro, a causa dell’alta temperatura scoppiò, inondando motore, cofano e parabrezza di un ripugnante liquido color ruggine. Altri tempi, altre auto ma in realtà la colpa era nostra perché eravamo semplicemente “partiti”, tutti presi dai “perché” e per nulla interessati ai “come”. M’improvvisai meccanico e aggiustai l’impianto di raffreddamento collegando una bottiglia d’acqua. Alla R5, in fondo, bastava poco. Tornammo a Marrakech e facemmo riparare l’auto ma, a quel punto, l’entusiasmo era un po’ scemato. Rimandammo l’appuntamento con il deserto e “ripiegammo” su un tour delle città imperiali, altrettanto carico di avventure e aneddoti che ci avrebbero accompagnato per molti e molti anni.

Novembre 2017. La laurea di Elena corona un anno per me strepitoso, che mi ha portato in moto a Capo Nord in un indimenticabile viaggio di oltre diecimila chilometri. Ma non mi basta. Dopo la festa, io e i miei ragazzi ci guardiamo negli occhi e decidiamo di partire. Lo spirito, per quanto mi riguarda, è quello dei tempi migliori ma gli anni si fanno sentire, non tanto nel fisico quanto nella mente. Insomma, stavolta nel deserto voglio proprio arrivarci. Non ci devono essere imprevisti né scuse e quindi un minimo di preparazione ci vuole. Ma proprio un minimo, che significa volo di andata e ritorno e un’auto a noleggio. E niente tenda stavolta…

Scendiamo dall’aereo addobbati dai nostri maglioni di lana. La temperatura è decisamente diversa e nell’aria c’è già quel profumo di esotico che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Le pratiche d’ingresso in Marocco non si sono snellite. La burocrazia complessa e l’“andamento lento” dei poliziotti allungano i tempi e la coda. Ma siamo in vacanza e anche questo fa parte del gioco.

Nel parcheggio dell’aeroporto ci aspetta una fiammante Fiat Tipo tre volumi, con un motore “milletre” diesel che si rivela sufficiente quanto a potenza ed estremamente parco nei consumi.

Usciamo dall’aeroporto e ci dirigiamo nel vicino quartiere di Mhamid in cerca di un negozio nel quale acquistare delle sim card. Mentre ci guardiamo intorno, una donna ci sente parlare italiano e si avvicina. Ha vissuto a lungo nel nostro Paese e spera di tornarci presto. Gentilissima, ci accompagna in una specie di tabacchino e ci fa da interprete con il negoziante. In una manciata di minuti ci ritroviamo con i telefoni già configurati per l’operatore marocchino. Chiacchieriamo ancora un po’ con la gentile signora, ci scambiamo i numeri e ci salutiamo.

L’impatto che l’ambiente circostante ha su Elena e Stefano è quantomeno interessante. Sembrano semplicemente estasiati da quello che vedono. Rumori, profumi, sapori nuovi ci avvolgono e per chi li assaggia per la prima volta sono semplicemente irresistibili. Per quanto mi riguarda, mi accorgo che è tutto come l’avevo lasciato: stesso caos, stessa puzza, stessa sporcizia ma anche lo stesso incredibile, immutato fascino. Sono qui e sono felice.

Prendiamo la N9 per Ouarzazate ma siamo stanchi e ci fermiamo a dormire in una specie di resort a sud di Marrakech. Un posto caratteristico, ben arredato, tutto in stile, chiaramente turistico, con prezzi decisamente sopra la media. Le camere sono comunicanti e il bagno non ha porta. Beh, confesso che fare la cacca in pubblico non è mai stato il mio forte. Cena deludente, considerato il prezzo. Meglio la colazione, varia e abbondante.

Ci rimettiamo a volante a andiamo a sud. Il paesaggio cambia in fretta. Il verde lascia il posto all’ocra, i villaggi si diradano. Una cosa è decisamente cambiata negli anni, lo stato delle strade, per lo più decisamente migliore e su standard europei. Molte di quelle che un tempo erano piste praticabili solo con fuoristrada ora sono importanti arterie, costruite per migliorare i collegamenti con le zone più periferiche del Marocco, soprattutto verso il Grande Sud.

E’ qui, da qualche parte, in mezzo ad un nulla che era ancora più nulla, che trent’anni fa si fermò la R5, costringendoci a far marcia indietro. Ed è da qui che riprende il mio viaggio verso nomi da favola e terre misteriose.

Il passo Tizi-n-Tichka, a 2260 metri di altezza, rappresenta una sorta di confine tra nord e sud e a sud ci sono le grandi distese e c’è il deserto. Sul passo faccio arrabbiare un negoziante che vuole a tutti i costi vendermi qualche cianfrusaglia. Da questo punto di vista non è cambiato molto. Marocchini gentilissimi, finché non gli dici no e allora piovono maledizioni in tutti i dialetti del Magreb.

Gole profonde, strade impervie, scorci mozzafiato. Il viaggio è davvero affascinante. Scendendo verso Ouarzazate, facciamo una deviazione sulla sinistra diretti ad Ait Ben Addou, località famosa per avere ospitato le riprese di alcuni celebri film come Il gladiatore, Gesù di Nazareth, Lawrence d’Arabia. E’ un antico villaggio fortificato, una kasbah, che ha mantenuto il suo fascino nonostante il turismo.

Ouarzazate, un nome che da solo vale il viaggio. Un nome che evoca scene di grandi o piccoli film come Il tè nel deserto o Le colline hanno gli occhi, ma non solo. Situata nella Valle del Dades, la città è considerata da molti come la porta del deserto, il punto d’ingresso del Grande Sud marocchino.

A Ouarzazate lasciamo la N9 e ci dirigiamo a sinistra, sulla N10, verso Ar Rachidia e il confine con l’Algeria. Ci fermiamo alla Kasbah 123 Soleil, situata in un luogo sperduto che raggiungiamo dopo aver guadato un fiume in secca e percorso una solitaria e sconnessa stradina sterrata che ci regala piacevoli sensazioni di “terra sconosciuta”. La kasbah si rivela un luogo piacevolissimo. Il proprietario è di una gentilezza squisita. Ci accoglie con l’immancabile tè alla menta e ci fa sentire come a casa. Il resto lo fanno il luogo, il paesaggio, i colori, l’incredibile tramonto che ci godiamo dal tetto. A cena c’è Tajine, il piatto più celebre del Marocco assieme al couscous.

Le Gorges du Todra sono una delle più celebri attrazioni del Marocco e meritano una deviazione. Al di là delle immancabili divagazioni turistiche, il paesaggio è affascinante. Meritano senz’altro una visita. Pranziamo al sacco sul letto di un fiume in secca, all’ombra di una palma solitaria. Da favola!

Ma la nostra meta è più a sud, molto più a sud. Ci lasciamo alle spalle Erfoud e imbocchiamo la R 702 sul tardo pomeriggio. In fondo, davanti a noi, le prime dune illuminate dai raggi obliqui del sole. Pigio sull’acceleratore. Sono felice. Siamo felici. Imbocco una carrareccia in mezzo al nulla, verso il mio primo deserto. Quando metto i piedi sulla sabbia sono al settimo cielo. Risaliamo le prime dune, baciati dagli ultimi raggi del sole calante, che ci regala colori e sensazioni incredibili, in un silenzio irreale.

Arriviamo a Merzouga con le ultime luci del giorno. Alloggiamo “Chez Youssef”, a due passi dal deserto, indirizzati dalle recensioni della rete. E Youssef, il proprietario, non le smentisce. Ci accoglie gentile e ci organizza per il giorno dopo un’escursione nel deserto. Due ore a dorso di cammello, cena al campo, musica berbera, pernottamento in tenda, alba sulle dune.

Detta così sembra facile. In realtà, per me, il primo ostacolo è rappresentato dal quadrupede. Visto da sotto è come salire su un grattacielo. Non mi sento per niente sicuro ma capisco che sto facendo una ben meschina figura agli occhi dei miei figli e, alla fine, mi impegno e ce la faccio. Ok, non posso dire sia un divertimento. Continuo a preferire la moto, insomma, ma mi adeguo e le due ore di camminata su e giù per le dune, in un paesaggio da film, si rivelano alla fine piacevoli.

Il campo è ridotto all’osso. Quattro tende, un tavolo, il fuoco… in mezzo al nulla ed è proprio questo a rendere l’esperienza unica. E’ un campo semplice, spartano, genuino. Salendo in cima alle dune più elevate, si possono scorgere in lontananza altri accampamenti, ma sono lontani. Qui siamo soli, molto soli. Il silenzio non ha paragoni e ognuno può facilmente ritrovare in mezzo al nulla il proprio angolo di paradiso, in cui perdersi nei propri pensieri, lontano da tutto e da tutti. La cena è semplice. Tajine tanto per cambiare, accompagnata dal solito tè. Ma noi andiamo oltre. Una notte nel deserto… chissà quando ci ricapiterà! E allora tiriamo fuori dallo zaino una bottiglia di un potente distillato fatto non si da chi e con che cosa. L’alcol scalda la notte fredda e gli animi, ci fa cantare e ballare. E neppure i nostri ligi accompagnatori berberi si tirano indietro…

Passo la notte in tenda, da solo, sotto una montagna di coperte per vincere il freddo. Oltre un paravento c’è il “bagno”. Come al Grand Hotel.

Il bello viene al… chiaror del mattin. L’alba sulle dune è un qualcosa di unico, indescrivibile. Bisognerebbe solo avere la forza di mettere da parte la macchina fotografica e di godersi semplicemente lo spettacolo ma… come si fa! E’ così bello che la voglia di portarsene a casa un po’ è irresistibile.

Torniamo a Merzouga e riprendiamo l’auto. Voglio andare ancora più a sud. A Taouz la strada finisce e cominciano le piste che vanno verso il Sahara algerino da una parte e verso Zagora dall’altra. Piste off limits per noi e la nostra Tipo. Il confine è lì a due passi, in mezzo al nulla. Di qui non si passa.

Ci rimettiamo in auto e puntiamo a nord. A Rissani prendiamo a sinistra sulla N 12, diretti a Zagora. La strada da un po’ di anni è tutta asfaltata e ben tenuta. Attraversa un paesaggio desertico, per lo più roccioso. Di tanto in tanto sfiora un’oasi, dove vivono contadini e pastori. Il traffico è molto scarso e si può viaggiare spediti, sostando di tanto in tanto per scattare qualche foto.

A Zagora ci fermiamo alla Petite Kasbah, un posticino molto accogliente, con camere grandi e ben arredate e una fantastica terrazza sulla quale fare colazione. Anche qui l’ospitalità marocchina è da manuale del turismo. Ceniamo in centro. Tajine naturalmente.

Una gita a Mhamid è d’obbligo. Si tratta di un’altra delle “porte” del deserto, dalle quali un tempo partivano le carovane. Lungo la strada, sosta alle Dunes de Tinfou, dune di sabbia ad un passo dalla strada principale. Ancor più obbligata una visita a Tamegroute, piccolo centro famoso per la produzione di terrecotte e perché ospita una grande biblioteca coranica con oltre 4 mila volumi tra i quali ce ne sono alcuni di molto antichi. Nell’adiacente moschea, malati e storpi pregano per avere la guarigione.

Da Zagora la N12 prosegue verso sud est e la costa atlantica. Paesaggio deserto, lunghi rettilinei solitari, rare oasi caratterizzano il viaggio. Facciamo tardi e pernottiamo un po’ a caso a Tissint, nell’omonima kasbah. La scelta non è delle migliori. Camera scadente, albergo così così, centro che di sera assume contorni spettrali. Il paese è famoso per alcune cascate e attorniato da una bella oasi. Aspettare il tramonto in riva al fiume è piacevole. Fra l’altro, proprio nei dintorni di Tissint, nel 2011 cadde un meteorite forse di origine marziana nel quale pare sia stato rinvenuto del carbonio organico.

La N12 prosegue verso il mare. Dopo Tata, curva a sud in una zona completamente desertica e attraversa pochissimi centri abitati. A Icht tagliamo per Tagmoute sulla R102 e ci ricongiungiamo alla strada principale poco prima di Guelmin.

Nella cittadina, poco lontano dal confine col Sahara Occidentale, ritroviamo la civiltà. Un grande centro commerciale ci accoglie con una miriade di prodotti. Sì, fa un certo effetto tornare a girare a vuoto tra gli scaffali. Un giocattolo, nient’altro che un altro grande giocattolo.

Non indugiano oltre e ci dirigiamo verso il mare. La N12 finisce a Sidi Ifni dove l’Atlantico ci accoglie con le sue spiagge e le sue onde. La mente dei ragazzi corre al surf, la mia più semplicemente si coccola i colori del tramonto, identico del resto a quello del mare di casa. A Sidi Ifni ci aspetta uno splendido appartamento che ci regala privacy a sazietà e ogni comodità, oltre ad una bellissima terrazza sulla quale “tirar” tardi.

Arrivare ad Agadir vuol dire tornare alla normalità. Si tratta di una metropoli votata al turismo. E i turisti non mancano. Alloggiamo in un albergo in riva al mare, con piscina e colazione ad “abbuffet”. Un pomeriggio di piacevole relax a bordo piscina ci fa dimenticare un po’ la stanchezza, ma ci fa anche capire che la parte più bella del viaggio è ormai alle nostre spalle.

La costa Atlantica fra Agadir ed Essaouira è per lo più montuosa e offre numerosi scorsi da cartolina. La strada è tortuosa e non permette di correre. Ci ferma una delle tantissime pattuglie di polizia incontrate durante il nostro viaggio. L’agente ci spiega che abbiamo oltrepassato i settanta chilometri all’ora. Sinceramente non mi pare, ma non posso provare il contrario e in ogni caso so che in certi casi l’ultima cosa da fare è mettersi a discutere.

Patente, libretto… e sono, al cambio, 55 euro di multa. L’agente mi fa segno di seguirlo all’auto di servizio poco lontano. Quando arriviamo, mi spiega che, senza scrivere nulla, senza registrare la multa, sono 30 euro. Ci siamo, mi dico. Senza fiatare tiro fuori i 30 euro, lo saluto e mi rimetto in auto. Sono contrariato, alterato e incazzato. Perbacco, quasi mi ero dimenticato di essere in Marocco… Sono passati trent’anni ma per certe cose non è cambiato nulla!

Essaouira si rivela una piacevole sorpresa. Un bel lungomare, un grande e caratteristico mercato del pesce e una colorata medina rendono il soggiorno oltremodo piacevole e fanno della città in riva all’Atlantico uno di quei luoghi in cui tornare.

Dormiamo in un moderno appartamento, a due passi dalla spiaggia e con un fantastico solarium sul tetto. Mi metto il costume e vado a fare il bagno. L’Atlantico è mio… ma l’acqua è fredda e la forte correte tende a portarmi al largo. Meglio non rischiare.

Il mercato del pesce è straordinariamente vivace. Vi si trova di tutto e di tutte le dimensioni. Certo, l’igiene non è il suo forte ma si tratta di un aspetto che qui passa in secondo piano. E’ possibile comprare il pesce fresco e farselo cucinare sul posto o in localini poco lontano. L’atmosfera è unica.

La medina, già bella di giorno, dopo il tramonto si trasforma in un fantasmagorico luna park dove si vende e si mangia di tutto e di più. Quanto al tramonto, ammirarlo dalla cinta muraria che dà sul mare è quasi un obbligo e per capire la qualità dello spettacolo basti sapere che non è raro dove fare a spintoni per accaparrarsi il posto migliore.

Marrakech, tappa finale del nostro viaggio, è un discorso a parte e mi ha lasciato, per così dire, la bocca secca. Me la ricordavo diversa, meno caotica, meno… città. Ma si tratta di un’impressione che probabilmente ha le basi non solo nei trent’anni passati dalla prima visita, ma anche nella differenza d’età e di spirito. E’ una delle grandi mete turistiche e infatti è affollata di turisti che vagano e comprano. Ci sono delle cose che vanno assolutamente viste come la Koutubia, l’immensa medina, le Tombe Saadiane, la celeberrima piazza Jemaa El Fna, i parchi. Sostare in certi caffè del centro è senza dubbio affascinante, vagare senza meta nei vicoli della medina è un’esperienza da fare, gironzolare tra i giocolieri della Jemaa El Fna è quantomeno suggestivo. Cose da fare, certo, ma che dopo un po’ ti danno l’impressione del “giro in giostra”, di un qualcosa d’artefatto a misura di turista.

Niente a che vedere, insomma, con la genuinità di altre località del Marocco, nelle quali è realmente possibile assaporare il carattere e il cuore di questo Paese e della sua gente.