“Tu perché sei qui?” La domanda è ricorrente soprattutto nei primi giorni, quando cominci a conoscere chi ti sta attorno, chi ti cammina a fianco, e un po’ alla volta l’abitudine del contatto ti fa superare l’iniziale e naturale diffidenza verso gli altri, che tende ad accompagnarci nella nostra vita quotidiana.
Me lo sono sentito chiedere anch’io e neppure io ho saputo sottrarmi al rituale. Semplice curiosità umana? Forse, ma credo si tratti piuttosto del desiderio di trovare negli altri una risposta a domande che spesso neppure tu ti sai dare.
Il “perché sei qui?” rivolto agli altri spesso altro non significa che “perché sono qui?”.
E la risposta non è dietro l’angolo. C’è una certa reticenza nello sbottonarsi, soprattutto all’inizio. Raccontarsi agli altri non è mai facile, del resto, e lo è ancor meno quando si tratta di cose dell’anima, del cuore o della mente che dir si voglia. E il Cammino di Santiago, infatti, è proprio un luogo dell’anima, del cuore e della mente, elementi che giorno dopo giorno si esprimono anche attraverso il corpo, la fatica fisica.

Non c’è gloria nell’affrontare il Cammino, non c’è fama. Non scali l’Everest, non vai al Polo Nord a piedi, non raggiungi Capo Horn a vela, anche se la fatica spesso è la stessa o addirittura più grande. Non è insomma un’impresa di cui vantarsi al bar. E allora, perché?
Il “perché” migliaia di persone affrontano ogni anno il Cammino è custodito nel profondo del cuore di ognuna di loro.
E’ la parte buona di noi esseri umani che ci spinge a metterci in cammino. E’ quella parte dell’uomo, di ciascun uomo, che potrebbe e forse dovrebbe governare la Terra e che invece da sempre sceglie semplicemente di “camminarci sopra”, rispettandola, in silenzio e in pace.
