11. La spada di San Michele

L’arrivo ad Estella è salutato dalla suggestiva facciata della chiesa del Santo Sepolcro. L’Hospital de Peregrinos mi attende all’ingresso del centro storico. Piove e fa molto freddo. Una doccia bollente è quello che ci vuole prima di uscire alla scoperta di questa bella cittadina medievale.

Uno dei monumenti più interessanti del luogo è la chiesa di San Miguel Arcangel. Sono l’unico visitatore. L’interno è alquanto buio, rischiarato solo da qualche pallida lampada nei pressi dell’altare. Oltre a me in chiesa c’è solo una donna che sta sistemando alcune candele. Dopo un giro per le navate mi siedo, un po’ per guardarmi attorno un po’ per riposarmi. Ad un certo punto si spegne l’ultima luce di fianco all’altare maggiore. Il silenzio, come si usa dire, è assoluto.

Veduta di Estella

Mi lascio cullare da pensieri e riflessioni esistenziali e metafisiche, poi la mente si sposta su qualcosa di più terreno, vino rosso e pinchos, così decido di andare. Quando arrivo alla porta, però, la trovo chiusa. Forse c’è un’altra uscita, penso e rifaccio il giro della chiesa. Ma non c’è nulla. Ritorno all’ingresso principale e controllo meglio. Un robusto catenaccio blocca il grande e massiccio portone, costruito nella notte dei tempi per resistere a vandali, ladri e assassini e proteggere reliquie e oggetti di valore custoditi all’interno dell’edificio sacro. Solo che ora, tra questi oggetti di valore ci sono anch’io ed è una protezione di cui farei ben volentieri a meno.

Cerco un campanello, un allarme…

Niente. Provo a forzare il portone spingendo e tirando ma non cede d’un centimetro e mi sento come Don Chisciotte contro un mulino a vento. Ci vorrebbe Sancho Panza con il suo buon senso… provo a scherzare ma ben presto mi accorgo che c’è ben poco da scherzare. Guardo il programma delle celebrazioni: niente sino all’indomani. Insomma, sono chiuso dentro questa grande chiesa costruita su un’antica e inespugnabile fortezza. La poca luce che filtra dalle alte finestre allunga le ombre tra le navate e dà all’ambiente un che di spettrale.

Estella
La navata centrale di S. Michele

Penso al santo e alle sue lotte col demonio e non posso non guardarmi attorno. Se c’è uno, mi dico, magari…

Sull’altare maggiore la statua di San Michele Arcangelo mi guarda sospettosa, con la spada sguainata.

Mi viene in aiuto il telefonino, che non ho ricaricato e al quale resta ormai poca vita. Chiamo l’albergue dove sono ospite e in un misto di spagnolo, italiano e inglese cerco di spiegare la situazione. Mi sento la caricatura dell’Abatantuono dei tempi migliori…

La chiesa di San Michele era una fortezza

La ragazza della reception, quando si rende conto della situazione, scoppia incredula in una fragorosa risata. Alla fine mi assicura che contatterà la parrocchia per mandare qualcuno ad aprire. Non mi resta che aspettare.

Mi risiedo e mi guardo attorno, cercando di sdrammatizzare e di cogliere il lato positivo della vicenda, che però non riesco a individuare. Ho ancora un po’ di batteria. Chiamo i ragazzi a casa e loro che fanno? Scoppiano a ridere naturalmente. “Beh, così hai qualcosa da raccontare”, mi dicono. Come no! Il tempo passa: venti minuti, mezz’ora. E’ sempre più buio e le ombre si allungano inquietanti. E quella statua della madonna sul trespolo della processione, con il vestito nero dal lungo strascico, non mi dà una mano. Tutt’altro. Mi ricorda tanto il Belfagor di quand’ero piccolo, che con le mie sorelline guardavo alla tivu spiando dal buco della serratura.

Lo ammetto, mi sto lasciando suggestionare. Tre quarti d’ora. E se non trovano il parroco? Mi chiedo. Rifaccio il giro della chiesa e guardo in ogni anfratto in cerca di una possibile via d’uscita. Niente da fare. Richiamo la receptionist, che mi dice di non riuscire a trovare nessuno e m’invita a pazientare. Non ride più.

Estella

Decido che non ha senso starsene ad aspettare e passo all’azione. Su una bacheca all’ingresso scorgo una lista delle catechiste della parrocchia con tanto di numeri di telefono personali. Va bene, mi dico, le chiamo tutte. Provo la prima, in inglese, ma non mi capisce e così passo al mio improbabile spagnolo cercando di spiegare la situazione. Mi dice che capisce, che ha il numero del parroco e che telefonerà. Ok, mi rimetto in attesa anche perché la batteria del cellulare è agli sgoccioli e mi restano poche cartucce. Torno a sedermi.

Che faccio, prego? Magari serve!

Meglio di no, è un po’ che non lo faccio e qualcuno potrebbe sentirsi preso in giro… Preferisco riflettere sull’accaduto e cercarne un perché.

Proprio mentre sono immerso in tali profondi elucubrazioni, sento un forte rumore metallico. Clang… clang. Il portone era chiuso a doppia mandata. E’ arrivato il parroco che subito dopo avere aperto comincia a prodigarsi in scuse. La butto sul ridere, ormai me lo posso permettere, e lui capisce che non deve preoccuparsi. Prima di uscire, mi giro e do un ultimo sguardo all’altare.

San Miguel è sempre lì, con la spada al cielo. Gli faccio un cenno e me ne vado.


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