La Malesia può essere considerata la porta di accesso al Sudest Asiatico. Per un europeo digiuno di tale parte del mondo, almeno. E’ un Paese “easy”, nel senso che non servono visti, è facilmente raggiungibile, moderno, turisticamente interessante, ha una buona rete di trasporti pubblici, tutti o quasi parlano inglese, la gente è cordiale e disponibile. E’ anche un Paese “cheap”, nel senso che ti sposti, mangi e dormi spendendo poco, volendo naturalmente.
Se poi all’arrivo trovi tua figlia, che sta facendo backpacking in quella parte del mondo e non vedi da sette mesi, il quadro è completo. La Turkish Airlines collega giornalmente Venezia e Kuala Lumpur via Istanbul. Se uno ha voglia e tempo può anche approfittare della sosta nel mega aeroporto turco per una visita guidata di alcune ore nella splendida città sul Bosforo.
All’arrivo a Kuala Lumpur, le formalità sono ridotte all’osso e la procedura d’ingresso è piuttosto rapida. In aeroporto il cambio euro – ringit malesi non è propriamente favorevole. Ne approfittano un po’, come del resto accade in tante altre parti del mondo.
Un un po’ di soldi locali in tasca però servono subito, innanzitutto per acquistare una sim card malese, in quanto ai punti vendita delle varie compagnie telefoniche grandi cartelli annunciano “only cash”. Con una decina di euro si acquista una sim con telefonate, sms e sette Giga per internet validi un mese.


Senza uscire dall’aeroporto, si accede alla piattaforma del treno veloce che collega la struttura alla stazione centrale della capitale. Il Klia Express impiega circa venti minuti e quando arrivi a Sentral hai accesso a tutte le linee della rete di trasporto pubblico.
Un biglietto conveniente da fare in aeroporto è il KL Travel Pass che per 75 ringit (circa 15 euro) comprende il treno espresso dall’aeroporto e due giorni di mezzi pubblici. E’ una tessera magnetica che velocizza gli ingressi e le uscite dalle stazioni e soprattutto toglie i pensieri.
Normalmente, per accedere ai mezzi, si acquista un gettone che va avvicinato alla parte superiore dei “tornelli” per entrare in stazione e infilato in una fessura degli stessi per uscire. Un sistema non d’immediata comprensione ma che sembra funzionare. In ogni caso il personale, i viaggiatori e gli stessi poliziotti, immancabilmente presenti ad ogni angolo della città, sono disponibilissimi a dare una mano. Ai distributori automatici è possibile pianificare il viaggio inserendo la stazione di arrivo. La macchinetta indica l’importo da pagare e dà il gettone (token) e l’eventuale resto. Allo stesso modo, un’applicazione mobile fornisce indicazioni sulle stazioni dove cambiare o scendere e sui tempi dei tragitti a piedi. Tutto abbastanza “easy”, insomma, né più né meno di tante altre città del mondo… e di qualcuna italiana.

Festival di piazza 
La moschea Masjid Jamed
L’impatto “forte” con Kuala Lumpur è dato dal clima. Una vampata di calore e umidità investe prepotente appena usciti dall’aereo. E un’altrettanto prepotente ondata di gelo accoglie appena si entra nell’edifico aeroportuale. Lo sbalzo tra il fuori e il dentro è fortissimo, al limite dell’immaginabile per chi arriva da climi più temperati. I malesi amano l’aria condizionata e la sparano a manetta. Sui mezzi di trasporto, nei centri commerciali, nei locali pubblici in genere, si gela, letteralmente. Sui treni di Kuala Lumpur e sugli autobus che attraversano il paese capita di doversi mettere il maglione per fare fronte alle folate gelide di aria condizionata che vengono sparate senza pietà da ogni fessura. Un bel raffreddore, insomma, è sempre dietro l’angolo. Gli abitanti del posto, d’altra parte, sembrano immuni a tale rischio e affrontano tranquilli in maglietta o camicia sbalzi di temperatura dell’ordine di quindici, venti gradi.
Kuala Lumpur è una città diversa da tutte le altre che ho visitato. E’ una grande, un’immensa metropoli moderna, con il cuore musulmano. Niente alcol, la maggior parte delle donne e pure moltissime bambine con il capo coperto, la preghiera del muezzin che viene diffusa ovunque negli orari stabiliti dagli altoparlanti delle tante moschee, grandi e piccole, presenti in tutta la città. Su alcuni treni cittadini ci sono vagoni riservati alle donne. Per molti aspetti, insomma, è una città più musulmana di tante altre. I fedeli ad Allah sono circa il 60 per cento, ma l’Islam sembra convivere tranquillamente con buddhismo, induismo, cristianesimo, taoismo, confucianesimo e credi popolari cinesi. Religioni che confermano la composizione multiculturale e multirazziale della popolazione malese. Un’apertura che si nota anche sui mezzi di trasporto, dove non è difficile vedere sedute una accanto all’altra donne col niqab (solo gli occhi scoperti) e ragazze cinesi con vertiginose minigonne. Ciononostante, la Malesia resta uno stato profondamente islamico. La costituzione garantisce la libertà di religione ma l’Islam è religione ufficiale e si presume che tutti i malesi siano musulmani. Le regole vengono applicate rigidamente. A nessun malese, ad esempio, è permesso lasciare la religione islamica.


Per il resto, sembra di trovarsi in una metropoli occidentale. Centri commerciali a go go, traffico caotico, grattacieli da record, fast food, negozi di alimentari aperti 24 ore su 24, insegne pubblicitarie che di notte la illuminano a giorno, la cavalcata dei grandi marchi alla conquista di un mercato affamato di novità e di moda.
Dal punto di vista turistico, secondo i miei personalissimi canoni, la città non offre molto. Di storico è rimasto ben poco. Qualche moschea, il palazzo del sultano, la piazza dell’indipendenza e poco altro. Il tutto fagocitato dai grattacieli, costruiti ovunque, a prima vista senza molto criterio. L’impressione è che i malesi si siano trovati con un sacco di soldi da spendere e li abbiano spesi così, costruendo di tutto e ovunque, senza alcuna pianificazione. Non che noi italiani, del resto, abbiamo qualcosa da insegnare a questo riguardo.
Gran parte del “vecchio” è stato cancellato, per lasciare posto a torri di acciaio e vetro che svettano senza apparente fine. Si è costruito per l’oggi, senza pensare al domani, salvo in qualche caso. Marciapiedi ridotti all’osso, solo tracce di piste ciclabili, poco verde. Gli Anni Sessanta italiani, insomma.
Camminando per le vie centrali di Kuala Lumpur, di sera, si ha l’impressione di trovarsi immersi in un videogioco, un’esagerata e interminabile luminaria natalizia che non si spegne dopo Natale.
Attraversare una strada è un’impresa a rischio. Il verde per i pedoni arriva ogni tanto. I tempi di attesa sono molto lunghi, per cui è diffusa l’abitudine di attraversare lo stesso, calcolando i tempi del semaforo. Un’abitudine rischiosissima. Gli automobilisti malesi non hanno il massimo rispetto per i pedoni. Diciamo pure che ne hanno poco. Per carità, non ti tirano sotto ma arrivano lì lì, a due passi, per farti capire bene come funziona. Se attraversi in un punto dove non ci sono attraversamenti pedonali, anche in una strada secondaria, non aspettarti che un’auto si fermi per cederti il passo. Non fa semplicemente parte del loro schema mentale. Girare in bicicletta, al di là di qualche annuncio turistico pubblicitario, è impossibile. E’ inimmaginabile affrontare il traffico di Kuala Lumpur su due ruote anche per chi è abituato ad usarle. Conclusione: mezzi pubblici e poi a piedi, con giudizio. Per quanto riguarda il centro di Kuala Lumpur, va dato merito all’amministrazione cittadina di avere realizzato una serie di passaggi pedonali aerei, dei veri e propri tunnel con tanto di aria condizionata che permettono di muoversi tranquillamente, al riparo da smog e traffico, e di raggiungere alcuni punti nevralgici. Trovare gli accessi non è semplice ed è possibile confondere i tunnel pubblici con quelli privati di accesso ai complessi residenziali. Nessun timore, comunque, perché ci sono guardie ovunque che ti rimandano indietro e ti indicano dove andare.

Notturno cittadino 
La Menara Tower
Un altro modo per muoversi nel cuore della capitale è quello di attraversare i centri commerciali ed è quello che fanno molti degli abitanti, anche per stare al fresco.
I mezzi pubblici funzionano molto meglio che in tante città italiane ed europee e permettono di girare in lungo e in largo la capitale che, edifici storici a parte, ha più di qualcosa da mettere in mostra. La zona delle Torri Petronas, il quartiere di Bukit Bintang, Chinatown, le Batu Caves, il Klcc Park, il Giardino botanico sono alcune delle cose da non perdere.
Kuala Lumpur, però, è anche e forse soprattutto una città da vivere. Camminare senza meta e senza fretta tra i grattacieli, addentrarsi in alcune aree periferiche, passare del tempo in un caffè, andare alla scoperta dei mercatini appena fuori dal centro, mangiare per strada in una “food court”… Attività che possono regalare emozioni forti.
A Kuala Lumpur si può mangiare lo stesso piatto spendendo trenta euro come spendendone tre. All’ombra delle stesse Petronas Towers esistono “ristorantini” alla buona dove è possibile cenare con una manciata di euro gustando autentici piatti locali, cinesi o indiani. L’impatto all’inizio può non essere dei migliori ma, superatolo, tutto diventa facile. Mangi bene, paghi poco e ci ritorni, in barba magari a qualche negligenza sul piano “igienico sanitario”. Comunque sia, le “food court” sono assolutamente da provare. Si tratta di locali tipici del Sud Est Asiatico, nei quali si mangia all’aperto, per strada appunto, e si possono assaggiare gustosissimi piatti della cucina più tradizionale. Tanto, McDonald e compagnia non scappano e neppure i ristoranti “à la carte”.
Chinatown e il quartiere di Bukit Bintang vanno assolutamente “vissuti”, di giorno e di sera, magari allontanandosi di qualche manciata di metri dalle vie principali per addentrarsi là dove il cibo viene preparato, attirati da inconfondibili ed esotici profumi. Provare per credere.





