Dopo il calore della sera prima, all’alba, O Cebreiro rivela il suo vero volto. Deve aver nevicato per gran parte della notte perché fuori ci sono quasi venti centimetri di neve e i fiocchi continuano a cadere fitti. E’ la ciliegina sulla torta, mi dico. Camminare sotto la neve mi ha sempre affascinato ma tutto, ovviamente, diventa più difficile, specie se non conosci i posti e se hai un ginocchio dolorante che ogni tanto tende a tradirti. Il cammino diventa ben presto un’impresa. Il terreno è estremamente scivoloso e ogni passo richiede sforzo e attenzione.
A ripagare del tormento c’è un paesaggio da fiaba, silenzioso e solitario, nel quale ognuno può persino ardire a sentirsi un piccolo eroe.


Nevica per gran parte della mattinata poi, mano a mano che si scende, la neve lascia il posto alla pioggia. Nuvoloni scuri nascondono l’orizzonte e tutto intorno c’è ben poco da vedere.
Il paesaggio si apre alle porte di Triacastella, la meta della tappa. Ho fatto 22 chilometri, piove e il luogo non m’ispira. Mi fermo in un bar per scaldarmi un po’ e mangio una frittata con funghi. Guardo la cartina e decido di proseguire per Sarria.
Dopo qualche chilometro comincio ad avere dei ripensamenti.
La fatica si fa sentire e il sentiero è a tratti particolarmente impegnativo per la presenza di numerosi tratti lastricati che, con la pioggia, soprattutto in discesa diventano molto insidiosi. Un vero tormento per il mio ginocchio e i miei talloni.

Indietro però non si torna e quando arrivo a Sarria, all’albergue Don Alvaro, mi getto in branda sfinito. Dopo un paio d’ore arriva l’amico coreano assieme al quale ho lasciato stamattina O Cebreiro. Ha avuto la mia stessa idea e, come me, anche lui dopo 41 chilometri di cammino, è sfinito.
Dopo cena, la padrona dell’albergue ci invita a passare la serata davanti al caminetto
Ci offre un distillato preparato da lei, parlandoci di adempimenti burocratici, tasse da pagare… Il discorso non mi è nuovo.
Sarria è alquanto affollata di pellegrini e quando lo faccio notare mi spiegano che molti cominciano il Cammino proprio da qui, in quanto per avere la “Compostela”, il documento religioso che attesta il pellegrinaggio, basta percorrere gli ultimi cento chilometri.
Da qui in avanti, infatti, s’incontrano sempre più spagnoli, quasi assenti fino a questo punto del Cammino.





