Quella da Belorado ad Ages è una tappa particolarmente impegnativa sia per il chilometraggio sia per le caratteristiche del percorso.
Tutto qui ricorda gli antichi pellegrinaggi.
I nomi stessi dei luoghi, come Espinosa del Camino, sono legati a un passato di fatica, fede, violenza Un tempo in cui chi percorreva questi sentieri provenendo da ogni parte d’Europa, nelle condizioni più miserabili, senza scarpe in goretex e zaini superleggeri, rischiava ogni giorno la vita a causa della fame, del freddo, degli stenti e dei briganti.
Mi rendo conto di quello che dev’essere stato allora il Cammino verso Santiago di Compostella quando mi lascio alle spalle la chiesa di Villafranca Montes de Oca e comincio a salire. Fino a San Juan de Ortega sono 12 chilometri di montagna, boschi, acquitrini, senza centri abitati.
Le guide consigliano di fare scorta, almeno d’acqua, a Villafranca. Il paesaggio non è bellissimo, almeno secondo i canoni cui sono abituato, ma ti conquista con il profondo senso di solitudine che immancabilmente ti regala. Marzo non è alta stagione per Il Cammino di Santiago. Se poi è un marzo freddo e piovoso come questo, lo è ancor meno. Cammino solo e mi sento solo.


Per qualche strano scherzo del destino, in questi dodici chilometri incontro solo altri due pellegrini: una donna inglese con abbigliamento supertecnico che viaggia “leggera”, senza zaino perché se lo fa spedire di tappa in tappa; un ragazzo coreano che arranca lentissimo e, stanco, mi spiega che fa pochi chilometri al giorno.
Mi guardo attorno e mi rendo conto che quella che sto vivendo è un’esperienza unica. Ringrazio… la vita per essere qui e godere di questi momenti di perfetta solitudine.
Naturalmente c’è il risvolto della medaglia. Da un paio di giorni soffro di una dolorosa tallonite e quindi questa mattina ho deciso di cambiare le scarpe da trekking con un paio di vecchie e collaudate scarpe da ginnastica… bianche. Da giorni piove parecchio in tutta la zona.
Oggi c’è il sole ma il percorso è costellato di acquitrini, che significano fango e acqua. Cerco di evitarli con continui e inutili zig zag che hanno il solo effetto di allungare il percorso. Alla fine, inevitabilmente, ho i piedi zuppi. Testardo, vado avanti, e alla sera, oltre alle scarpe color marrone, mi ritrovo con i primi accenni di vesciche. Me l’avevano detto che camminare con i piedi bagnati non fa bene ma io, cocciuto… avanti a testa bassa!


Sui Montes de Oca mi imbatto in un pezzo di storia spagnola. Monumenti e fosse comuni ricordano i morti della guerra che tra il 1936 e il 1939 spaccò il Paese. Leggo le lapidi, cerco di ricordare qualcosa dai tempi del liceo: nazionalisti, repubblicani, Franco… e mi accorgo di quanto sono ignorante.
Ognuno ha le sue guerre, da ricordare e studiare e sulle quali meditare.
A San Juan de Ortega ritrovo la civiltà e una fontana d’acqua fresca. E’ un piccolo villaggio ma la chiesa e il monastero meritano assolutamente una visita. Ad Ages non c’è praticamente nulla. L’albergue Al Pajar mi accoglie caldo. Faccio il bucato e approfitto di qualche raggio di solo per asciugare le scarpe. A Santiago mancano 518 chilometri.
