“E ora?”. L’interrogativo comincia serpeggiare sui volti smarriti dei pellegrini già nelle ultime tappe del Cammino. Sembra impossibile che tutto questo possa finire. E’ così bello, così straordinario, così fuori dal comune che vorresti durasse per sempre. Ti riesce difficile immaginare la tua vita ritornare ad essere quella di prima. Sai che tutto questo ti mancherà da morire.
Lo smarrimento del ritorno alla realtà prende forma all’arrivo davanti alla cattedrale, quando ti ritrovi catapultato nel mondo reale, sperduto in una marea di turisti con i quali non hai nulla a che fare.

Lì ognuno, al di là dell’euforia del momento, della gioia per aver portato a termine l’impresa, dell’immancabile foto di rito, avverte un vuoto nello stomaco destinato ad allargarsi sempre più col passare delle ore. Formalmente non è ancora finita, ma provi già nostalgia, consapevole che lì lascerai amicizie e in qualche caso amori, che lì finisce uno dei più bei sogni reali della tua vita.
Un’esperienza unica e irripetibile.
Assolutamente irripetibile perché, anche se dovessi rifarla, le condizioni sarebbero diverse e non incontreresti più le stesse persone. Per qualcuno il Cammino di Santiago diventa una specie di droga. Ho conosciuto un ragazzo sardo che l’ha fatto sette volte. Quando me l’ha detto la prima volta, arrancando con le parole nel tentativo di spiegarmi le ragioni, l’ho preso per pazzo, ma eravamo ancora lontani dalla meta. Alla fine ho capito. E anch’io, che per giorni, nella morsa della fatica e dei dolori ho ripetuto convinto “Una volta basta e avanza”, ho dovuto cedere. Insomma, non sono più così convinto che non ci tornerò.
